Artista del mese

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GIANCARLO BUCCI

Nato a Milano in Italia (1953)
Vive e lavora a Milano in Italia

Un amico e un artista, sincero e creativo, aperto al mondo e alle sue emozioni. Le sue opere sono forti e poetiche insieme, catturano i nostri sensi e la nostra anima. Si può dire che parla allo spettatore con un linguaggio immediato e diretto, non aggressivo, ma comprensibile nella sua capacità di entrare in comunicazione con tutti i nostri sensi e con quanto di più profondo è in ognuno. Le sue VEDUTE AEREE sono tracce di immagini e colori che identificano immediatamente un ricordo o un luogo dandoci la sensazione di trovarci con l'autore, ad un passo dal cielo, in volo. Osservatori di un paesaggio in cui è l'essenza dei luoghi e la sua elementare geometria a colpire il nostro occhio. Ricordo e impressione ottica si fondono in un unicum emozionante e vibrante....  (Francesca Mariotti) 

Esiste una grande arte. Sono i quadri, le sculture, gli oggetti esposti nei musei, nelle gallerie importanti. Esiste anche un’arte minore. Meno conosciuta e per questo non meno importante. Con meno voce sui grandi mezzi di comunicazione anche se ha molto da dire. È un’arte che non appare e che non fa chiasso ma con forti e chiari valori. A questa arte appartiene Giancarlo Bucci. E parlando di questa arte minore, Bucci afferma: Mi sento più artigiano che artista. Il lavoro dell’artigiano è prendere la materia e trasformarla. Io prendo il colore e cerco di dare vita al giallo, al rosso, al verde. Dalle mie mani il rosso diventa tulipano o tramonto. L’azzurro si muove sulla tela e diventa mare e cielo. Bucci è dunque un artigiano e la sua anima è capace di cogliere i sospiri, i sussurri, le impercettibili note della realtà. La vita vista da un “artigiano” che con pazienza sceglie colori, forme, spessori e linee per dare corpo alla felicità, alla meraviglia, allo stupore. Un “artigiano” che racconta la vita con le parole dei colori, con incanto e sorprendente ironia.

VITTORIO VECCHI

 

“ Le mie narrazioni sono silenziose e tattili come sogni che si materializzano e mi perseguitano. Non trovo spazio per digressioni; mi concentro sulle cromie che la materia consente, capace di restituire intatta la tensione della  mia azione fisica, vitale e forte di passione.” (V. Vecchi).

 

Così Vittorio ci può introdurre alla sua “ossessione” di penetrare nell’ “intimo delle cose” per stimolare la creatività e la fantasia, manipolandole e dando vita a queste sue opere cariche di pathos. Nel suo percorso artistico Vittorio Vecchi non vuole solo “rappresentare” il mondo di oggi, ma, attraverso l’estetica dell’analogia, passa oltre l’oggetto per “presentare” le forze che vivono nel mondo odierno. Per lui la definizione di Arte di Paul Klee calza a pennello: “ L’arte non restituisce il visibile, ma rende visibile.”. E come afferma anche Kandinskj, anche Vittorio si sente “condannato a guardare senza tregua” per capire, cogliere e farsi “cosa” egli stesso per meglio esprimere. Uno dei pilastri della cognizione umana è la capacità di associare cose simili e poi distinguere la somiglianza dall’identità. In questa “saldatura” quasi perfetta tra concetto astratto ed esempio concreto, l’oggetto non resta solo un simbolo, ma partecipa esso stesso alla creazione dell’effetto. Attraverso questa serie infinita di oggetti simboleggianti Vittorio ci apre una finestra o una porta sui diversi aspetti della realtà, sugli imprevisti mondi del nostro animo. Chi riesce a oltrepassare quella porta o a guardare da quella finestra ha l’impressione che l’opera cresca dentro di lui, man mano che si impegna nel lungo processo alla scoperta di significati emergenti. Gli sembra così di essere anch’egli creativo, di avere sempre qualcosa da aggiungere alla iniziale esperienza e comprensione. Ci si rende conto che l’opera d’arte non si limita a trasmettere un’informazione, ma provoca piacere. Vittorio con queste sue creazioni ci fa entrare e ci mostra la sua creatività facendoci partecipi di essa. Guardandole diventiamo anche noi creativi e “artisti” insieme a lui.

                                                                                              Francesca Mariotti, ottobre 2005

 

 

VITTORIO VECCHI

 

... sono sempre alla ricerca dei simboli nascosti dal banale dell'immagine reale... realizzo le mie opere con immenso stupore, rendendomi viaggiatore inconscio nella materia... (Vittorio Vecchi).

Un segmento di corda, un sasso, una scheggia di plastica, sono in sé ben poca cosa... ma l'invisibile reazione del loro incontro... è una situazione irripetibile che può essere bloccata e ripetuta all'infinito, se la si sa rendere visibile... sono momenti in cui non si può bluffare, da vivere con la sincerità a fior di pelle e per questo, affascinanti e pericolosi. (Valeria Tassinari)

Vittorio Vecchi, artista ferrarese, ha iniziato il suo percorso di ricerca negli anni ’80 e da allora è riuscito a trovare una sua ben definita identità artistica, ricca di inventiva e di particolarità che bene si identificano con la sua personalità attenta, meticolosa eppure aperta alle più ardite sperimentazioni. La sua “meticolosità” si riscontra nella continua ricerca tecnica e materica e, nello stesso tempo, nell’uso di ogni forma di linguaggio e di scrittura, antica o moderna, che nel “segno” trova un’espressione armoniosa e stimolante. Le sue opere esigono “simpatia” – nel senso etimologico della parola – e cioè l’intervento attivo e creatore dello spettatore. (Francesca Mariotti)

 

 

VITTORIO VECCHI

 

Vittorio Vecchi, artista ferrarese, ha iniziato il suo percorso di ricerca negli anni ’80 e da allora è riuscito a trovare una sua ben definita identità artistica, ricca di inventiva e di particolarità che bene si identificano con la sua personalità attenta, meticolosa eppure aperta alle più ardite sperimentazioni. La sua “meticolosità” si riscontra nella continua ricerca tecnica e materica e, nello stesso tempo, nell’uso di ogni forma di linguaggio e di scrittura, antica o moderna, che nel “segno” trova un’espressione armoniosa e stimolante. Le sue opere esigono “simpatia” – nel senso etimologico della parola – e cioè l’intervento attivo e creatore dello spettatore. Le  componenti plastiche cercano di stabilire legami tra il razionale e l’irrazionale, il reale e l’irreale, l’invariabile e il variabile, lo stabile e l’instabile, il finito e l’infinito, in una sorta di sintesi che porta lo spettatore a molteplici letture ed a continui “imput della fantasia e della memoria”. I suoi “cassetti” in realtà sono come “finestre dell’inconscio”, in cui ogni volta ci possiamo perdere o trovare, sottoposti a sempre nuovi stimoli. Nelle sue opere Vecchi inserisce svariati elementi, collages di giornali, minerali e materiali elaborati o semplicemente raccolti, graffiti egizi o primordiali, ideogrammi e pentagrammi, vetri, corde, piccoli “quadri nel quadro”, rendendo questi assemblaggi un unico armonioso insieme, in cui ognuno degli elementi si unisce agli altri senza i quali perderebbe di significato. I suoi lavori ci riportano con la mente agli assemblaggi propri dei precursori ed inziatori della POP ART inglese ed americana. Le cassette di Joseph Cornell degli anni ’50, la disordinata folla di elementi di “on the balcony” di Peter Blake del ’55, per non parlare dei collages di Richard Hamilton del ’56 e delle opere di Rauschenberg o di Schwitters degli anni ’40, ci fanno trovare una diretta connessione tra Vecchi e la grande rivoluzione portata dalla Pop Art: il contenitore ( tele, cassette, carte o fotografie), diviene metafora del mondo in cui viviamo e gli stessi oggetti, rappresentati o raccolti, diventano preziosi frammenti che tra nostalgia e sogno ci stimolano ad una irresistibile esplorazione dentro e fuori noi stessi. Come diceva J. Cornell: “scatole buie diventano teatri di poesia o scenari in cui gli elementi di un gioco infantile subiscono una metamorfosi”.

 

Sito internet:  www.vittoriovecchi.it

E-mail: vichi.v@iol.it